miscellanea

Giuseppe Billi, XIII° Biennale dell'arte sacra, S. Gabriele, Teramo, 2008. Il testo si riferisce all'opera 'Magnificat'.

Il grande trittico di Filippo Rossi per il Magnificat si esprime subito in un’unità ternaria “mobile-immobile”, così com’è stato l’evento biblico e come oggi se ne rivive la sua incarnazione e la sua eco: Maria, l’Angelo e lo Spirito. Il disco, in alto, è la “materia” di un Dio che suppura per amore. La “madre” di tutto è, in fondo, l’idea che ha Dio: “Farsi uomo per farci come Lui” (Sant’Agostino). Cosa può percepire l’arte di questo mistero? Come farsene “voce” e “segno”? Per Filippo Rossi si tratta di un sensibile vibrato interiore, che si può tradurre in musicalità: tutto si fa armonia cosmica “sacramentale”. Ecco i tre pentagrammi da cui scendono e risalgono petali d’oro. Sono semi di Dio, fruttuosi: il padre e il figlio; Maria, fecondata dalla grazia è, anch’essa, “madre e figlia”, ma in una purezza che diventa assoluta perché è il contrappasso “equilibrato” di Dio. Lei, “l’umile serva” che il Signore “ha guardato”, cioè toccata con il suo Spirito e “innalzato [...] rovesciando i potenti dai troni”. Va segnalata l’actio artistica di Filippo Rossi. Intanto, il rapporto dialogico dei pannelli, che si muovono in sincronia musicale è talmente “udibile” che basta un minimalismo formale, senza tuttavia rinunciare al “peso” spirituale e, insieme, sensitivo della “materia”, che si fa leggibile e udibile in un cantabile simbolismo. Sì, perché il Magnificat non è solo un canto. È l’“amen” degli infiniti silenzi di Dio, che in Maria si fanno “parola”; è il Logos! È l’Idea, il “Sogno” di Dio che “si fa carne”. Giuseppe Billi