miscellanea

Timothy Verdon in 'L'arte nella vita della chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2009. p.127-130.
Commento all'opera Famiglia dell'uomo. Famiglia di Dio.

Il segno mistico

 

Vorrei concludere questo capitolo sul linguaggio dei segni con un'opera dell'artista contemporaneo Filippo Rossi, in cui questo idioma riemerge con evidente intenzione. L'opera di Rossi ripro­dotta qui, la Famiglia di Dio. Famiglia dell'uomo (fig. 46, p. 128), suggerisce la chiarezza e assolutezza intellettuale che i segni ren­dono possibili: fa vedere il Salvatore nato come luce nel legno dorato di una croce a "tau" - legno dorato che s'incastra però col legno grezzo allusivo a san Giuseppe, rappresentante della storia d'Israele in cui il Figlio di Dio s'inserisce, e con il bianco sfiorato dall'oro che allude a Maria. Infatti, il Cristo che nasce a Natale e a Pasqua muore e risorge è lui stesso il definitivo segno che Dio offre all'umanità, come fa capire Isaia quando dice: "Tutti i con­fini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio" (Is 52,10); un salmo ribadisce il tema, insistendo che ormai "il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia" (Sai 97[98] ,2).

Ma è veramente arte sacra, un'opera così lontana dalla tra­dizione? Io credo di sì, perché "la Chiesa non ha mai avuto co­me proprio uno stile artistico, ma, secondo l'indole e le condi­zioni dei popoli, e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca".41 La millenaria tradizione cristiana of­fre poi esempi eccelsi di arte astratta oltre che figurativa, e que­sto non solo nel periodo paleocristiano ma anche nel cuore del figurativismo rinascimentale. Sbaglia infatti chi ritiene che i lin­guaggi dell'arte contemporanea non siano adatti al sacro solo perché l'astrattismo e l'informalismo, come l'atonalismo musi­cale, in qualche modo mettano un colto art pour l'art al posto dell'umile fede nel Verbo fattosi carne. Sbaglia perché il cri­stianesimo non è manicheo: all’aut-aut preferisce l’et-et, sicuro che ogni autentica esperienza estetica può rientrare nel piano provvidenziale di Dio. Il grido di Cristo sulla croce, certamen­te "atonale", infatti è parte della nostra historta salutis, come lo è l'ordine sparso - quasi "informale" - dei fiori del campo, più belli di Salomone in tutto il suo splendore.

In questo contesto, fu felice l'osservazione di Paolo Biscot­tini, direttore del Museo Diocesano di Milano, secondo cui sa­cro non è solo ciò che può porsi in letterale riferimento alla storia sacra, ma ciò che esprime la verità dell'uomo. Giovanni Paolo II, nella Lettera agli artisti del 1999, sviluppò un'analo­ga idea, affermando che "ogni forma autentica di arte è, a suo modo, una via di accesso alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo".42 Il papa drammaturgo insistette che, pur nel­l'odierno distacco tra il mondo dell'arte e il mondo della fede, la Chiesa continua a nutrire grande apprezzamento per il va­lore dell'arte, "anche al di là delle sue espressioni più tipica­mente religiose", perché "quando è autentica, [l'arte] ha un'in­tima affinità con il mondo della fede".43 A scanso di equivoci, aggiunse che "persino quando scruta le profondità più oscure dell'anima, o gli aspetti più sconvolgenti del male, l'artista si fa in qualche modo voce dell'universale attesa di redenzione".44

La Famiglia di Dio. Famiglia dell'uomo del Rossi ci ricorda che l'arte non serve alla Chiesa solo come strumento didattico. Essa è chiamata piuttosto a diventare segno capace di introdurre nel­l'ambito del mistero, e l'uso di immagini nel contesto della liturgia serve infatti a manifestare il particolare rapporto che, grazie al­l'Incarnazione di Cristo, sussiste tra segno e realtà all'interno del­l'economia sacramentale - un rapporto che traspare poi non solo in raffigurazioni narrative ma in tutte le opere che l'uomo asso­cia al culto divino, dai vasi sacri e tessuti alle più monumentali costruzioni architettoniche. L'uso stesso delle cose nella liturgia rivela e attualizza la vocazione del mondo infraumano, chiama­to assieme all'uomo e per mezzo dell'uomo a rendere gloria a Dio. Per un processo misterioso e nel contempo semplice, questa ri­velazione diventa poi parte della fede vissuta, specialmente nel­l'ambito della celebrazione e del culto eucaristico: trovando Dio presente nella materia, il credente è portato a cogliere la nuova dignità di ogni cosa materiale, diventata (almeno tendenzialmente) "ostensorio", come ogni vedere umano è ormai chiamato a di­ventare contemplazione adorante.